sabato 8 giugno 2013

Una sarta ai giardini della Montagnola

Siamo partiti da casa con la bici, sotto il sole, in missione " vecchi centrini ad uncinetto" da cercare nei banchetti dell'usato della Montagnola. Oggi,  sabato,  è giorno di mercato a Bologna.
Il caldo ci aveva un po'  stancato, così abbiamo deciso di sederci su una panchina all'ombra dei platani, dietro al mercato. E da lì a poco ho conosciuto una cara signora.
"'C'è posto?" ci ha chiesto e le ho risposto "Prego, il sedile è  però dispari" -  le tavole della panchina, col tempo si sono disallineate -  lei si è allora seduta affermando "Tanto la vita è tutta dispari".  E ha iniziato così a raccontare la sua solitudine; suo marito non c'è più. Ho cercato di portare la conversazione sul positivo e ho avuto seguito. Nel parlare è così saltato fuori che era stata una sarta.  Il suo lavoro è stato per lei, fin da bambina, una forte passione.  La signora ha ora 82 anni.  All'epoca sua madre era contraria al fatto che lei amasse cucire, voleva che studiasse per diventare maestra.  Ma lei, invece, preferiva fare abiti per  le bambole e  con i pezzetti di stoffa riusciva a ricavare gli accessori, persino degli occhiali.
Nonostante la madre continuasse ad osteggiarla, la nostra tenace signora rimase ferma nel suo proposito " fare la sarta". Il suo primo vestito è stato  il grembiule di scuola, per la sorellina, ideato e cucito interamente da lei. Aveva 16 anni quando ha disegnato e cucito un abito, modello kimono con un grande fiocco, fascione elastico sotto vita e spacchi laterali. E' piaciuto così tanto alle amiche e conoscenti di famiglia che da allora  ha creato abiti su abiti,  tailleur, cappotti, vestiti da sposa. Di notte si svegliava con l'idea dei modelli da disegnare. Proprio come accade ad ogni artista.
Alle sue clienti faceva riconsegnare, al negozio,  le stoffe che non la convincevano. Cuciva e ricuciva, nel senso che un vestito partiva in un modo e poi c'erano modifiche continue, un creare in corso d'opera. Ha tutta la mia comprensione, anche a me succede così quando creo.
Ci ha parlato di come ha conosciuto suo marito, ripetendo spesso la frase: "Era destino". E mentre mi parlava mi guardava con uno sguardo  vispo, che mi ha ricordato quello del mio vecchio professore di filmologia. Ah. mi ha anche detto: "della mia vita si potrebbe fare un film", anch'io l'ho pensato.
Mi piaceva  il filo di rossetto rosa che si era data sulle labbra, mi riportava alla mia infanzia e al ricordo della dolce  Rosina. la mia vicina di casa. Quando usciva, anche solo per andare dal fornaio,  Rosina si metteva le scarpe con il tacchetto a spillo e un filo di rossetto, e quella trasformazione mi colpiva.
Su un pezzo di carta, la signora sarta ha tratteggiato le linee di abiti, insegnandomi le giuste proporzioni per ottenere lo scalfo per la manica. Domani mattina, con la luce, faccio la foto al suo schizzo e la metto qui nel post.
Ci siamo scambiate i numeri di telefono; andrò a trovarla, così vedrò i suoi magnifici abiti, tanto da lei descritti.
E' stato proprio un bell'incontro.


mercoledì 5 giugno 2013

In ricordo di Jean Baudrillard

Durante l'università ho amato profondamente Jean Baudrillard, tanto che mi sono laureata in sociologia della comunicazione. La tesi era sul linguaggio del consumo e Baudrillard ne era la sottopelle. Mi ricordo che, in quel periodo,  in un giro a Parigi, entrai da Fnac e comprai  5 suoi testi, modello tascabili, spendendo una cifra veramente dignitosa. Qui, a Bologna, dalla Feltrinelli,  con gli stessi soldi ne avrei potuti comprare solo due.
E stamattina  li ho ripresi in mano,  ora sono qui,  stesi sul tavolo davanti a me, perché ho intenzione di trascrivere il suo pensiero sull'oggetto simbolo, opposto all'oggetto segno.
"Un qualsiasi oggetto, per una bambina, può servire da bambola. ma una volta divenuto oggetto d'investimento, si tratta di lui, e di nessun altro. Il materiale simbolico è relativamente arbitrario, ma la relazione soggetto-oggetto ha un suo stretto legame. Il discorso simbolico è un idioma...
3. Il "consumo" dell'oggetto passa attraverso la sua marca, che non è che un nome generico, una specie di nome di battesimo generico."

Ma c'è un'altro passo che ho appena riletto e mi calza a pennello, per il mio liberare vestiti e giocattoli, nel mondo. Si tratta  di considerazioni sul concetto di bisogno, tirando in ballo anche Levi- Strauss. "... è necessario fondare lo scambio stesso su una duplice obbligazione: il dare e il restituire. Diviene  allora indispensabile presupporre (come fanno l'indigeno e Mauss) una forza magica immanente all'oggetto, che si impadronisce del donatore, e lo sollecita a liberarsene: lo hau. In tal modo l'opposizione insormontabile tra i termini dello scambio viene ridotta, a prezzo di introdurre un concetto supplementare, magico, artificiale, tautologico, del quale Levi-strauss, nella sua critica, riesce a fare a meno, ponendo lo scambio immediatamente come struttura." 
E noi occidentali, che leghiamo il bisogno  al rapporto oggetto e soggetto cadiamo anche noi vittime di un'ideologia tautologica, dove il soggetto fa dà specchio all'oggetto e viceversa.
(Jean Baudrillard, Per una critica della economia politica del segno,  Gabriele Mazzotta, Milano  - Titolo originale: Pour une critique de l'économie politique du signe, Editon Gallimard,  Paris)

martedì 4 giugno 2013

Vestiti vintage al vento

Domenica 26 maggio, i miei vestiti vintage hanno fatto la  2^ esperienza  di mercatino a Castel San Pietro in Casale. La giornata è partita freddina, ma il sole ci ha riscaldato, anche arrossato il viso.
Torniamo ai vestiti. In passato fine anni '50, le ragazze, da copertina e non, avevano il vitino da vespa, il torace stretto e i vestiti risaltavano queste loro caratteristiche fisiche. Mi hanno sempre detto che ho il fisico adatto per gli anni 60 e quindi nei vestiti sixty che ho trovato nel tempo,  mi ci sono sempre sentita bene. 
Al mercato diverse signore hanno fatto i complimenti ai miei vestiti e mi hanno parlato di quando, nel passato, ne avevano indossato di simili. Chi mi ha chiesto di provarli sono state due ragazze.
La taglia dei miei abiti  è la 42, dalla testa ai piedi. Dico così, perché  purtroppo sia alla prima ragazza,  che alla seconda, la cerniera non si riusciva a chiudere del tutto, vuoi per un seno prosperoso, vuoi per i fianchi  tondi. Mi è dispiaciuto, erano due ragazze proprio carine, dolci e secondo me romantiche.
Anche le bambine rimanevano colpite da questi abiti al vento, magari gli ricordavano qualche principessa delle favole. Anche un vestito di tulle, leggero e vaporoso, può fare  fantasticare.
Confido quindi che, in futuro, ragazze sottili e sognatrici passino vicino a questi abiti e decidano di portarli a delle feste.